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Il primo a testimoniare la presenza del carnevale a Sciacca è stato il Canonico Mario Ciaccio, illustre storico, nella sua opera “Sciacca, notizie storiche e documenti”. In realtà il carnevale è antico quanto il mondo: l’uomo ha sempre sentito il desiderio di divertirsi, ogni popolo ha avuto feste confacenti ai propri costumi, alla propria cultura e nelle quali si rispecchiava. “Campieri, mandriani e fattori” si vedevano girare nelle piazze, tra di loro si scambiavano frizzi, parole ingiuriose e a doppio senso e coloro che venivano presi di mira non dovevano sentirsi mortificati ma dovevano riderne divertiti. In ciò consisteva “lu gabbu”, ossia la beffa di carnevale. Ad esso si accompagnano i giochi carnevaleschi, che di rado erano semplici ed innocui scherzi, e le “parti di carnevali”. Quest’ultime caratterizzate ed unite alle “mascherate”, con le quali i contadini dipingendosi ed imbrattandosi il viso, infilandosi al rovescio la giacca ed indossando un berretto o “cappellacio”, giravano per le vie della città, da soli o in comitiva, suonando, ballando e cantando. Tre speciali usanze contadinesche tipiche degli ultimi giorni di carnevale erano “lu sonnu, la tavulata e lu ripetu”: nelle case private dove si teneva “lu sonnu”, la padrona di casa soleva suonare il tamburello davanti alla propria abitazione per dare segnale che aveva inizio la festa alla quale partecipavano tutto il vicinato. La sera del martedì grasso era poi la volta del sontuoso banchetto della famiglia, “la tavolata”.

Nei primi anni del XX secolo il popolo siciliano identificava il carnevale nella figura di un fantoccio chiamato “lu nannu”. Era un vecchio fantoccio, imbottito di paglia, abbigliato da capo a piedi da stimato notabile. L’inizio della festa a Sciacca, era caratterizzata, la domenica, dal suo arrivo: una grande folla si concentrava al porto o alla stazione per applaudirlo ed accoglierlo con tanta felicità e spensieratezza, in seguito veniva portato in giro dal popolo urlando e fischiando. La sera del martedì grasso veniva bruciato come una specie di vittima designata che morendo purificava la comunità in modo che si potesse intraprendere un nuovo anno sotto diversi auspici.

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